Perché ho scelto Circe

Una mostra sulla trasformazione — quella vera, non quella pulita.

C'è una frase, nel romanzo Circe di Madeline Miller, che ho sentito mia dal primo momento:

“Non sono nata sapendo cosa sono. Ho dovuto diventarlo.”

Ho passato mesi con questa frase addosso, mentre preparavo i quadri di questa mostra. E a un certo punto ho capito che non stavo dipingendo Circe. Stavo dipingendo il modo in cui la sua storia somiglia alla mia — e forse anche alla vostra.

Lasciate che ve la racconti come l'ho incontrata io.

La Circe che nessuno vi ha raccontato

Circe è figlia del Sole. Suo padre è Elios, la divinità più luminosa che esista, quella che attraversa il cielo ogni giorno e illumina tutto. E lei? Ha una voce umana. Sottile, incerta, sbagliata. In una famiglia dove tutto è splendore e potenza, quella voce la tradisce ogni volta che apre la bocca.

Pensateci: essere figlia del Sole e non brillare.

Nell'Odissea di Omero, Circe non parla. È solo un ostacolo che Odisseo supera, una maga da temere e vincere. Non ha storia, non ha un prima né un dopo. Miller le restituisce tremila anni di silenzio e le dice: adesso parla tu.

E Circe parla di invisibilità: di secoli passati ai margini della corte del padre, a cercare amore nei posti sbagliati, a costruirsi attorno all'approvazione degli altri. Poi si innamora di un pescatore mortale, Glauco, e per tenerlo con sé lo trasforma in un dio. Lui parte comunque, e si innamora di un'altra. Circe, per gelosia pura, trasforma la rivale in un mostro. È la prima volta che il suo potere si mostra per intero, ed è proprio per questo che gli dèi la esiliano: capiscono di cosa è capace, e ne hanno paura.

Ve lo dico senza addolcire, perché è proprio questo che mi ha presa:

Circe non è pulita. Fa cose sbagliate, si vendica, e se le porta dietro.

Ma è sull'isola, sola, che diventa davvero sé stessa. La sua magia — la pharmakeia, la conoscenza delle erbe e delle sostanze che cambiano la natura delle cose — non le viene dall'Olimpo né dalla nascita: è un sapere fatto con le mani, che lei coltiva e affina in solitudine, senza nessuno a guardarla.

Poi arrivano i marinai, e la violentano. E questo non è un episodio tra gli altri: è la svolta. Da quel momento Circe trasforma in porci tutti gli uomini che sbarcano sull'isola, senza distinzione, perché non può più permettersi di fidarsi. È la risposta onesta a una ferita: prima mi proteggo, poi, semmai, capirò.

Quando arriva Odisseo, Miller fa una cosa che non mi aspettavo: non ne fa un salvatore, e non gli lascia insegnare niente a Circe. È lui a chiedere — aiuto, ospitalità, pietà, per sé e per i suoi uomini. Capisce perché lei li ha trasformati, riconosce la brutalità dei suoi compagni, se ne prende la responsabilità, e le chiede come favore personale di restituirli alla loro forma. Tra loro nasce qualcosa di vero, ma alla pari: non una salvezza, un incontro.

Ha un figlio da lui, Telegono, e lo cresce da sola, proteggendolo con una ferocia che solo le madri conoscono — finché capisce che tenerlo stretto significa soffocarlo, e lo lascia andare.

E poi c'è Penelope. Per capire cosa significa, bisogna sapere che Circe non era mai riuscita a stare vicino a un'altra donna: con le altre era sempre conflitto, sempre rivalità. Con Penelope, per la prima volta, è diverso. Non le lega il sangue, non le lega la famiglia, nessun obbligo: si scelgono. Da possibili rivali diventano compagne di cammino. È una delle trasformazioni più grandi del libro, e non c'entra niente la magia.

E alla fine Circe prepara una pozione per sé stessa, e diventa mortale. Qui c'è il cuore di tutto. Non rinuncia all'immortalità come a una sconfitta: la rifiuta perché ha capito che vivere per sempre è vuoto. Ciò che rende preziosa la vita è il tempo, proprio perché è poco. Gli dèi hanno l'eternità, e per questo sono frivoli, superficiali: non rischiano niente, non perdono niente, non si godono niente. Circe sceglie di vivere davvero — di amare, e di morire. Non ha paura della morte. Ha paura di una vita vuota, senza senso, senza emozioni.

Ed è qui che ho smesso di leggere di lei e ho iniziato a leggere di me.


Perché questa storia è anche la mia

Quando ho chiuso il libro, ho capito perché non riuscivo a smettere di pensarci. Non era empatia. Era riconoscimento.

Essere fuori posto. Sono nata in una famiglia classica, dove fare l'artista non rientrava nelle idee che si avevano sul futuro di una persona, e lasciare un lavoro sicuro per una vita incerta era semplicemente fuori discussione. Eppure eccomi qui: a intraprendere strade lavorative inesplorate, e a dipingere per sentirmi viva. Come Circe, sono nata sbagliata per il posto in cui mi sono trovata — e ho smesso di considerarlo una mancanza.

La solitudine che costruisce. Circe diventa sé stessa in esilio, sull'isola. Io la mia voce artistica l'ho costruita da sola, in uno spazio intimo, senza una formazione classica alle spalle. Ho imparato facendo, sentendo, sbagliando. Come lei con le erbe così io con l'arte.

L'imperfezione come verità. Spesso non ho la minima idea di cosa sto dipingendo: la mia mente è fuori dal mio controllo, e la lascio andare. Arriva quasi sempre un momento in cui guardo la tela non ancora finita e penso che sia orribile, che ho solo sprecato tempo, che dovrei ricominciare da capo o lasciar perdere. Poi mi impunto, scelgo di finirla — e la situazione si risolve da sola: la tela diventa esattamente ciò che doveva essere fin dal principio, solo che io ancora non lo sapevo. Come Circe capisce come usare la sua magia solo strada facendo, io capisco la mia arte dipingendo. È per questo che non cerco la perfezione: cerco la verità di un'emozione. Una tela "venuta bene" che non sente niente, per me, è una tela fallita.

Il colore come pharmakeia. Le erbe di Circe cambiano la natura delle cose. Per me il colore fa la stessa cosa: trasforma un'emozione in materia visibile, in qualcosa che si può guardare. Parto sempre da un sentimento, non da un'immagine. A volte dipingo a occhi chiusi, sul pavimento, con le mani e le spatole — e Psycho, il mio gatto, lascia le sue impronte sulle tele fresche, e io le tengo, perché fanno parte della storia.

Scegliere di vivere davvero. Circe rinuncia all'immortalità perché capisce che una vita senza fine è una vita senza peso. E qui ci ritrovo me più che in ogni altra pagina: io non ho mai avuto paura della morte, ho sempre avuto paura di una vita vuota, vissuta a metà, senza emozioni. È la stessa cosa che cerco quando dipingo — non riempire una tela, ma farle sentire qualcosa. Con questa mostra ho scelto anch'io il territorio più scomodo: la contraddizione, il cambiamento che non è lineare, la responsabilità di decidere chi voglio diventare.

I quadri

In questa mostra il corpo non è anatomia: è lo spazio dove abitano i sentimenti, i conflitti, le rinascite. Questi quadri non sono illustrazioni del mito. Sono i miei passaggi interiori che, in Circe, hanno trovato uno specchio.

Il Sogno

L'immagine che ho scelto per raccontare tutta la mostra — è il momento sospeso tra un respiro e l'altro, quando ci si siede sul confine di sé e si osserva ciò che esiste oltre. La donna si appoggia al bordo della finestra come a un limite sottile: da un lato la stanza, dall'altro il cielo che la richiama. Più lo guarda, più il suo corpo sembra sciogliersi in esso, farsi parte di qualcosa di più grande. Le stelle la circondano come presenze gentili, il blu profondo la avvolge fino a trasformarla. Non è fuga, è appartenenza: un luogo in cui il proprio silenzio coincide finalmente con l'universo. Qui la figura non è più solo una donna: è un frammento di cielo che ha preso forma umana, per ricordarci che a volte basta guardare fuori per ritrovare dentro.

In Ascolto

Nasce da un giglio dei prati — un fiore spontaneo e selvatico, fucsia brillante e verde sgargiante, che mi ricorda la potenza della natura. Lo stesso vale per la donna del quadro. Guarda oltre: non cerca nessuno, non insegue nulla. Come il fiore nasce senza chiedere permesso, lei esiste per il solo fatto di essere. Vede la vita come il mare, non come una fatica: forte, maestosa. Intorno a lei i vortici della natura sembrano volerla trascinare via, ma lei resta — accucciata su uno scoglio, sola, osserva con gli occhi dello spirito. Perché solo perché crediamo che una cosa sia di un certo colore, non significa che lo sia davvero: a volte bisogna chiudere gli occhi per imparare a vedere. È lo stesso sguardo che Circe conquista alla fine — vedere le cose, e le persone, per quello che sono davvero.

La Via

L'ultimo quadro, dipinto per questa mostra, è quello con cui si chiude il trittico: la realizzazione ultima di questa donna. È seduta a gambe incrociate, gli occhi chiusi, e medita: intorno a lei tutto è buio e caos, ma lei è piena di colori e di vita. È colei che, una volta deciso chi vuole essere, si impegna ogni giorno per diventarlo. Ha una nuova convinzione, un obiettivo, e non ha più paura dell'ignoto. La via che dà il titolo al quadro è proprio questa: non una strada da cercare fuori, ma quella che si percorre dentro, un passo dopo l'altro. È il punto d'arrivo dello stesso cammino di Circe — dopo l'invisibilità, gli errori e la solitudine, scegliere chi essere e avere il coraggio, ogni giorno, di diventarla.

Le domande, non le risposte

Questa mostra non ha risposte. Ha le domande che Circe si è fatta, quelle che mi sono fatta io, e forse quelle che vi siete fatti anche voi: chi ero prima di questa trasformazione? Cosa ho costruito in solitudine che non avrei mai costruito altrove? E chi sto diventando adesso?

Questi quadri sono il mio modo di stare nel mondo senza chiedere permesso. Come Circe, ho smesso di aspettare di essere all'altezza per esistere.

Circe è al DoubleTree by Hilton Trieste dall'11 al 25 giugno 2026, a cura di Linda Simeone. Inaugurazione giovedì 11 giugno, ore 18:30.

Vi aspetto.


Fiorella Valeria Paolini



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Fiorella Valeria Paolini

Sono Fiorella Valeria Paolini, artista e designer.

La mia ricerca nasce dall’esigenza di esprimere emozioni attraverso il colore e di progettare esperienze che mettano al centro le persone. Nell’arte cerco libertà e comunità, nel design un linguaggio capace di unire: marketing e UX/UI diventano strumenti per creare connessioni inclusive, accessibili e significative.

Ogni progetto, sia esso un quadro o un’interfaccia, porta con sé la stessa intenzione: rendere l’esperienza umana più aperta, condivisa e autentica.

https://fvpartdesign.com
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